Diventare adulti: l’arte di essere liberi

Insegnare è un’arte dai molteplici colori, scriveva una volta un professore in una rivista.

Lo lessi da adolescente, nel pieno della mia rivoluzione personale e della mia lotta contro tutto ciò che appariva rigido e pieno di regole: la famiglia, la scuola, lo stato.

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Ieri sera al pub ne parlavo con un vecchio compagno delle superiori.

Sono passati più di vent’anni eppure seduti intorno a quel tavolo, le voci erano concitate come quando eravamo ragazzini. Quel tremore che hai provato in gioventù, quando senti che il sistema ti sta fregando e tu non ci stai, vuoi essere tu a fregare lui.

E passi le giornate a studiare con un quarto della testa mentre l’altra parte è impegnata a cercare una strada da seguire: LA strada per diventare un adulto diverso; un adulto che ce la farà.

È questo che rivedo negli occhi dei miei studenti quando sono in aula. Rivedo quelle perplessità di conferme incerte, di sogni desiderati, di voglia di farcela farcita di paure e controsensi.

Le sento, le loro voci, sono uguali alle mie, alle tue quando dicevamo

“non puoi capire, sei troppo vecchio!”

“Non ce la posso fare. Faccio schifo!”

“I miei non mi permetteranno mai di diventare ciò che voglio!”

È così che vibrano i loro corpi mentre si obbligano a restare seduti a sentire la mia voce, la voce di una professoressa “strana” che li incoraggia a seguire il cuore, a lasciare la loro zona di confort, a credere in ciò che sono e andare avanti combattendo per i loro sogni ed i loro ideali. Fa tremare tutto questo.

Lo so, lo sai, ti stai domandando:

“e la concretezza in tutto questo dove va a finire?”

“Booooona, e poi questo mi molla la scuola, se ne va a fare niente e alla fine mi resta un fallito sul groppone per tutta la vita.” – È vero, può fare paura.

E allora ti chiedo di guardare con me la medaglia della tua vita. Prendila in mano ed osservala da vicino. Guardala attentamente, ti fa fare un respiro profondo, non è vero?

E in questo respiro, quanto benessere c’è?

Guarda la medaglia tra le tue mani – sei soddisfatto di dove sei arrivato? Delle battaglie combattute per essere dove sei ora?

E ora ti domando: Chi lo ha fatto per te?

Se la risposta è “IO”, proverai un certo fremito di orgoglio per essere dove sei. Anche se sei più in basso o in un altro posto rispetto a dove volevi essere.

In caso contrario, se hai risposto “l’azienda, la vita, la sorte, il caso, il destino…” allora le sensazioni saranno diverse.

Quello che io dico ai ragazzi in aula è che ciascuno di noi è responsabile della propria vita. Che è fondamentale imparare a prendersi la responsabilità delle azioni che compiamo, e che soltanto così potremo essere uomini e donne libere. Liberi dal pensarci sfigati, liberi di tirarci fuori dall’apatia, liberi di rischiare e soprattutto liberi dal dire “sono fatto così”.

“Gaetano, siamo a metà percorso dei nostri incontri insieme e ti ho già detto tante volte quanto il tuo tono di voce sia inadeguato alla situazione. Cosa stai ottenendo dai tuoi compagni in questo esercizio?”

Mi guarda con i suoi tratti da giovane uomo rude. Mi aspetto la solita risposta sparata a caso. Eppure quel giorno accade la magia. Non so mai quando accadrà, per questo continuo a tentare, perché ogni volta potrebbe essere la volta giusta, come oggi, ora, mentre i suoi occhi si fissano davanti a sé per un attimo e quando rientra in contatto con il mondo esterno li rivolge a me e ammette: “Nulla”.

“Esatto” e lo guardo, con una mano gli sfioro la spalla (che da seduto mi arriva al viso… tutti giganti questi adolescenti!)

Sento il suo respiro abbassarsi e lì mi insinuo per entrare dalle sue orecchie verso il cuore: “Lo sappiamo che hai un bel vocione importante, magari puoi provare a tenerlo più basso” – e abbasso il respiro e la mia voce mentre lo dico.

Piccola pausa.

“Noterai dei cambiamenti nei tuoi compagni.” Me ne vado prima che possa reclamare. Stranamente la sua voce tonante non mi pugnala le spalle.

Sono in attesa del miracolo. Stiamo facendo un esercizio sull’uso delle parole, di quanto possano influenzare la nostra vita, persino le nostre decisioni.

Tento di insegnar loro ciò che la vita ci ha messo anni ad insegnare a me: imparare a parlare a noi stessi come parleremmo al nostro migliore amico, piuttosto che al più deficiente dei deficienti.

Sapersi parlare, incoraggiare, sostenere fa la differenza nella vita e nel diventare adulti.

Attenzione, sto per dirlo: vale molto di più che ricordarsi a memoria milioni di date storiche e nomi di grandissimi scrittori ignoti, o addirittura… di sapere a memoria le tabelline!!!

Vi risuonano nella mente quella sfilza di voci che vi dicevano “DEVI imparare, DEVI studiare, DEVI fare i compiti….DEVI…DEVI…!”

E vi ricordate la sensazione di tremore della gioventù, quella della ribellione, della voglia di fare esattamente altro?

Ecco, prendete questa sensazione di rabbia rancorosa e pensate ai ragazzi che avete davanti: figli, nipoti, scolari, vicini.

Loro la stanno provando ora e la dirigono su tablet, cellulari, apatia spesso verso voi.

E la professano con “non capisci, lasciami in pace, vattene via!” E ora riguardate la moneta. Quella che è ancora lì, sul palmo della vostra mano. Eccola, giratela, con calma, come girate un pensiero.

Vedete? C’è tutta la strada percorsa. La strada che vi ha portato dove siete ora. La strada che può essere rivissuta ogni volta che si vuole, come la si vuole. E allora ti chiedo di ripassarne i momenti salienti e di riempirli con parole di incoraggiamento, di amore, di PUOI, VAI, PROVA.

Senti il respiro come cambia? Noti la pelle che si distende sulla tua fronte?

Al sollievo di mente e cuore.

Questo dico ai ragazzi. Sempre. In ogni occasione: “Cosa faresti se non dovessi dimostrare niente a nessuno?

E poi, e poi capitano i miracoli, sempre più spesso, sempre con grande gioia reciproca. Ci sediamo in cerchio per la restituzione dell’esperienza vissuta. Gaetano è trasformato. Noto la postura più contenuta, noto le mani meno agitate, noto la direzione del suo corpo finalmente rivolto al centro e noto il suo respiro mentre la voce per la prima volta danza nella stanza senza spaccare i vetri.

E ovviamente lo faccio

“Ragazzi, ma nessuno ha notato quanto è cambiato Gaetano? Avete fatto caso che la sua voce è molto meno alta? Bravo, veramente un lavoro splendido!” Tutti si guardano e lo guardano con occhi nuovi.

Io continuo: “Gaetano, hai notato dei cambiamenti nei tuoi compagni quando usi questa voce?”

Mi guarda imbarazzato, quel gigante buono: “Si, mi ascoltano.”

La sua risata ci ricorda che si può essere liberi di cambiare.

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